Domenica 03 Luglio 2011 07:11

Natacha Atlas

Written by  Redazione
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La regina dell’arab-pop. Danzatrice, cantante, compositrice: Natacha Atlas non conosce frontiere. Né artistiche, né geografiche. E il suo pop suggestivo, speziato d’Oriente, riesce nell’impresa di unire le discoteche europee e le tradizioni arabe. Riuscire di questi tempi a coniugare tradizioni islamiche e attitudini occidentali è già operazione non da poco. Farlo ottenendo anche risultati artistici pregevoli rasenta l’impresa. Natacha Atlas vi riesce con disinvoltura da anni, sin dai tempi in cui era la chanteuse dei ...

... Transglobal Underground, una delle realtà più significative del crossover ethno-dance degli anni 90.
Ma è soprattutto da solista che la cantante, compositrice e ballerina belga-egiziana ha colpito nel segno, con una babele sonora capace di catturare tanto l’etnologo musicale quanto l’ habitué delle discoteche. Un ibrido temerario, riscaldato da una sinuosa vocalità che le è valsa anche collaborazioni di prestigio (da Jocelyn Pook a Franco Battiato) e il premio come Miglior cantante al Victoire de la Musique Awards, l’equivalente francese dei Grammy. E la particolarità della sua “missione” non è sfuggita nemmeno alla presidente irlandese Mary Robinson che nel 2001 l’ha nominata ambasciatrice alla Conferenza Onu contro il razzismo. Danzatrice, cantante, compositrice: Natacha Atlas non conosce frontiere. Né artistiche, né geografiche. È stata lei stessa, d’altronde, durante un tour in Israele, a definirsi “una Striscia di Gaza umana”, per spiegare la complessa varietà di popoli e culture che l’ha influenzata.
Figlia di un ebreo sefardita di origine egiziana e di una inglese, la Atlas, che oggi vive a Washington, è cresciuta in un sobborgo marocchino di Bruxelles, imparando presto francese, arabo, spagnolo e inglese. È qui che ha appreso la tecnica “raq sharki” di danza del ventre, che continua a eseguire nei suoi concerti mandando in delirio il pubblico. Ma, ancora più della danza, a impressionare è la sua voce, che copre tutte le ricchezze timbriche della tradizione araba, riuscendo a essere insieme emozionante, immediata ed evocativa. Uno stile a metà tra il canto tipico mediorientale e i vocalizzi onirici di Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins. “Canta come un usignolo appollaiato su una coppa di diamanti”, ha scritto di lei la rivista britannica Melody Maker. La formula magica della cantante egizianobelga è frutto di anni di contaminazioni. A partire da quando Natacha, adolescente, si e’ trasferita in Inghilterra ed è diventata la prima cantante rock araba di Northampton. Poi, dividendosi tra l’Inghilterra e il Belgio, ha continuato a cantare in una moltitudine di night-club turchi e arabi, con l’eccezione di una parentesi in una band belga di salsa, i Mandanga.
Ma ad aprirle la strada sono state le collaborazioni inglesi, soprattutto quella con i Transglobal Underground, che la Atlas ha accompagnato come prima cantante e danzatrice del ventre in diversi festival internazionali, da Glastonbury al Womad, la manifestazione di musica etnica ideata da Peter Gabriel. Il debutto da solista con Diaspora e il successivo Halim hanno lanciato nel mondo il suo sensuale crossover panetnico, che spazia dal folk arabo a pulsazioni pop, dance, dub e trip-hop. Ma è soprattutto con l’album Gedida, suggestivo viaggio musicale dal Nordafrica verso l’Europa, che la Atlas ha raggiunto la sua maturità artistica. Con un’osmosi nuovissima e dirompente tra Oriente e Occidente. “Una sorta di ‘Islam pop’ - scrive il critico Roberto Gatti - in cui le millenarie salmodie vocali d’Arabia leggiadramente copulano con le macchine da ritmo metropolitane, e gli strumenti della tradizione più pura - l’oud, il bouzouki, le tablas, il dulcimer, il riqq, il bendir - si alternano con grandissima naturalezza con lo scratch dei dj più cool d’oltre Manica”.

Sul suo stile musicale, la Natacha ha le idee molto chiare: “Qualcuno ha definito “nuovo raï” questo mix ma io non sono per niente d’accordo”, sostiene. “Io infatti, sono molto più vicina a un modo egiziano di intendere le cose. Per questo trascorro al Cairo tutto il tempo libero che mi rimane fra un tour e l’altro: per migliorare sempre più la mia conoscenza della lingua e della musica arabe. Per questo i miei modelli di riferimento privilegiato sono i grandi cantanti della tradizione egiziana antecedente allo “shaabi”. Tutta gente che potrebbe interagire benissimo con i ‘miei’ mostri sacri d’Occidente: Sinead O’ Connor, Asian Dub Foundation e, soprattutto, Björk, una chanteuse con cui mi piacerebbe moltissimo collaborare in futuro”.

Alla quarta prova da solista, Natacha Atlas torna a stupire con le sue ardite contaminazioni tra folk arabo e pop europeo. Anche Ayeshteni, infatti, è un disco di confine, poliglotta, ricco di sfumature e di timbri musicali. Natacha Atlas è diventata una delle vocalist più richieste della scena internazionale, come conferma anche la sua partecipazione al disco di Franco Battiato “Ferro Battuto”. Ma il suo desiderio più grande è che i suoi dischi vengano “ascoltati e diffusi anche in Egitto”, dove per ora, nonostante alcune timide aperture degli ultimi anni, “parlare di queste faccende è ancora proibito”. L’elettronica sinuosa di “Daymalhum” e “Janamaan” trascina Something Dangerous (2004), nuovo melange poliglotta (in arabo, inglese e francese), che mescola un ritmo dancey arabeggiante con pop e r’n’b. Due le principali novità su Mish Maoul (2006). Da un lato, il ritorno alle origini, con l’attenuazione del battito triphop in favore di un recupero delle musiche tradizionali marocchine e dell’eredità dei taiwid, i cantori del Corano. Dall’altro, l’ulteriore estensione dell’orizzonte sonoro, con rimandi a ritmi hip-hop e al Brasile della bossa nova. Ma è in vorticose danze del deserto come “Hayati Inta”, “Bathaddak” e “Haram Aleyk” che l’istrionismo della bellydancer di Bruxelles riesce a esprimersi appieno, liberando la carica sensuale che l’ha resa celebre, in una casbah di percussioni e canti berberi. A mantenere il contatto col trip-hop bristoliano è rimasta soprattutto “La Lil Knowf”, dove il canto di Natacha trova un contrappunto maschile in Clotaire K e Sofiane Saidi, sotto un battito ora più serrato. L’ultimo lavoro, Mish Maoul offre un nuovo saggio delle capacità mesmeriche di Natacha Atlas, la più sapiente incantatrice di serpenti dell’ethno-pop contemporaneo.

Last modified on Sabato 02 Luglio 2011 21:39